La sconfitta
del centrosinistra alle elezioni regionali è netta. Sarebbe da irresponsabili
non riconoscerla con chiarezza. Ancora più grave, però, sarebbe cercare rifugio
in giustificazioni di comodo, aggrappandosi ai numeri o alle percentuali come
l’ubriaco che, nel cuore della notte, si aggrappa a un lampione non per farsi
luce, ma per non cadere.
I fatti
parlano da soli: il centrodestra nelle Marche è oggi maggioranza, e lo è perché
una parte significativa dei cittadini ha scelto di confermare la fiducia
all'amministrazione uscente. Non si tratta solo di una vittoria numerica, ma di
un dato politico che va interpretato fino in fondo: I marchigiani hanno
premiato la continuità nell’attuazione di quelli che sono stati presentati come
sedicenti programmi innovativi, mentre il centrosinistra che abbiamo sostenuto
con coerenza e nel rispetto della nostra identità, non è riuscito a proporsi
come un’alternativa di governo credibile e autorevole.
È troppo
facile e profondamente sterile, prendersela con l’astensionismo o con
l’elettorato attratto dalle sirene delle facili semplificazioni. È vero che la
partecipazione è stata bassa e che il quadro politico appare disarticolato, ma
queste sono solo manifestazioni superficiali di un problema più profondo: la
disconnessione tra il centrosinistra e una larga parte del suo elettorato
potenziale e una evidente scarsa coesione fra le varie anime che dovrebbero
comporlo.
I numeri
parlano chiaro, fin troppo. Una parte significativa dei potenziali elettori
della coalizione nel segreto dell’urna non ha votato Ricci in quanto candidato
del PD, ex Renziano (ancora forte risuona l’epiteto di PDioti e partito di
Bibbiano ) e perché anche oggetto di un avviso di garanzia. Troppi sono i
soloni che si ergono a detentori della verità e della purezza ideologica.
A nostro
avviso Il messaggio degli elettori, anche di quelli che hanno scelto di votare
comunque per il centrosinistra, è inequivocabile: c’è una domanda forte di
cambiamento, non solo di volti, ma di metodi, di linguaggi, di visione. Pensare
di cavarsela, ancora una volta, con un semplice rimpasto delle segreterie o con
qualche operazione cosmetica sui nomi è un errore che rischia di essere fatale.
Serve ben
altro. Serve avviare un processo vero di rigenerazione politica, che parta
dall’ascolto e dalla ricostruzione di un rapporto autentico con i territori,
con le comunità, con le persone. È il momento di una fase costituente, non solo
formale, ma sostanziale: una discussione aperta, inclusiva, radicale sulle
idee, sulle priorità, sulle modalità con cui si vuole tornare a rappresentare
credibilmente un’alternativa di governo.
Il tempo degli
alibi è finito. Se il centrosinistra vuole tornare a essere protagonista, deve
avere il coraggio di mettersi in discussione fino in fondo. Solo così potrà
riprendere il cammino, non verso il passato, ma verso un futuro che oggi appare
lontano e fosco.
Noi di Civico
22 siamo già al lavoro per fornire alla nostra città un’alternativa sia
all’attuale compagine di governo sia alla destra. Il nostro obiettivo è quello
di costruire un progetto a partire dal lavoro fatto in questi tre anni di
attività politica, intorno al quale coagulare liste civiche, forze politiche
che si riconoscono nei nostri valori il cui perimetro è quello del
centrosinistra, in un contesto di autentico e reale rinnovamento delle classi
dirigenti. Lavoriamo per creare una coalizione e non un cartello elettorale,
omogenea dal punto di vista identitario.
Concludiamo
augurando a tutti i nuovi eletti in consiglio regionale buon lavoro con
l’auspicio che il loro unico faro nello svolgere il ruolo assegnato dagli
elettori sia quello di prendersi cura del bene comune.
Paolo Dignani - coordinatore Civico22 Tolentino

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